Racconti degli studenti (giorno della memoria)

 

Davide Olére L’arrivo di un convoglio

Guardo infranto il  terreno arido sotto i miei piedi, mentre continuo a tirare  con tutta la forza che mi rimane il mio carro.

Come ogni giorno sono costretto a trasportare questo carro con un “carico speciale”… corpi freddi e senz’anima, vittime dell’ ingiustizia, dell’odio e della crudeltà.

Non riesco più ad alzare lo sguardo, provo ribrezzo per me stesso e sono stanco di tutto questo. Ho visto e sentito fin troppo.

Il rumore del treno mi suscita una sensazione di forte nostalgia. Nella mia mente riappaiono nitide le immagini del mio Paese, la mia casa e la mia famiglia e mi riportano indietro ad una felicità che sembra ormai così remota. Per un attimo mi sembra di vedere il volto di mia moglie e la risata spensierata di mia figlia ma le urla furiosa della guardia mi riportano alla realtà. Una bastionata mi arriva dritta sull’anca sinistra e mi fa contorcere dal dolore. La mia attenzione viene cattura quasi automaticamente dal marchio inciso sul mio braccio “92600”! Lo guardo con disprezzo! In questo campo ci hanno tolto tutto, Libertà, Dignità e Identità. Di noi rimane solo  un insulso numero. Un odore acre mi fa arricciare il naso, dovrei esserci abituato ma a tutto questo non ci si abitua mai!

E’ incredibile vedere fin dove si spinge la crudeltà degli essere umani, esseri che UMANO hanno ben poco: non hanno sentimenti, rispetto, neanche un po’ di pietà per noi, sembra quasi si divertano, sparano alle persone con naturalezza, senza alcun motivo, li massacrano, li beffeggiano, ci “giocano” e li umiliano. In qualche modo, mi sento loro complice, mi sento colpevole, sporco perché ogni giorno brucio centinaia di cadaveri, cadaveri di persone proprio come me, che hanno vissuto la mia stessa situazione, la mia stessa sofferenza, le mie stesse paure, con l’unica differenza che io sono ancora vivo, sempre se questo si può chiamare VIVERE!

Michele P., Michele C., Giulia, Eleonora, Martina, Gabriele

   
 

 

 

 

 

 

 

Era notte. Vennero a chiamarci due guardie austriache. Presero la metà delle persone che si trovavano nel “dormitorio”. Io ero uno di quelli.

Dal cielo cadeva una soffice polvere grigiastra, ma non era neve. Un vecchietto che si trovava in fondo alla fila cadde e una delle guardie tornò indietro per picchiarlo con il calcio del fucile cercando di farlo alzare. Rimase a terra senza sensi. Continuammo noi altri, seguendo l’altra guardia.

Oltre la rete, fuori dal campo, vidi uno di noi che portava un carretto con sopra una coperta a coprirne il contenuto. Preferii non farmi domande. Entrammo in un edificio e nel frattempo la guardia ci aveva raggiunto, ma senza l’anziano.

Ci dissero di spogliarci e di entrare in una stanza, l’unica dell’edificio. Una donna iniziò a dire cose in tedesco contro i due austriaci, ma l’unica cosa che compresi fu “dad”, “MORTE” in tedesco. Uno sparo di fucile spense la discussione. Alla fine entrammo, noi vivi, nella stanza che pareva a prima vista una doccia. Uno schizzetto d’acqua scese, basta. Poi…gas! Le donne iniziarono a urlare e a piangere. Un uomo prese a tirare furiosamente e disperatamente pugni verso la porta, ma nulla accadde. Un bimbo, fra le braccia della madre urlante, guardava verso l’alto come se già sapesse dove stava andando!

Marco, Benedetta, Siria, Esmeralda, Melissa, Emanuele

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